

Ancora calda e fumante era la pistola del “killer” del Lecce, Agatino Cuttone, in quell’estate del 1987, quando divenne ufficiale il passaggio di mister Bruno Bolchi alla conduzione dell’Arezzo in serie B, appena due giorni dopo aver portato il Cavalluccio nel campionato in serie A. Un addio già nell’aria ancor prima di disputare lo spareggio di San Benedetto l’8 luglio, ma al quale nessuno, in fondo, voleva credere. Metabolizzata in fretta la separazione, si diede immediatamente il via alla costruzione della squadra che avrebbe dovuto affrontare il campionato più bello del mondo, sì, ma probabilmente anche il più duro.
Edmeo Lugaresi non perse tempo, anche perché si partiva in ritardo rispetto a tutti gli altri, e assunse a sorpresa Albertino Bigon, un ex calciatore di carisma ma allenatore alle primissime armi con un buon sesto posto ottenuto a Reggio Calabria in C1 nella stagione appena terminata e che, proprio in quei giorni, concludeva il Supercorso di Coverciano. Le basi per una squadra competitiva c’erano già, in virtù dell’esplosione dei numerosi prodotti del vivaio, non ultimo quel Ruggiero Rizzitelli che mezza serie A bramava. Riscattato per tempo il bravissimo Bordin dal Parma, bastavano solo pochi ritocchi: un regista, un tornante, una punta e il gioco era fatto. Renato Lucchi e Pier Luigi Cera erano attivissimi sul mercato, sia per frenare i lunghi tentacoli dei grossi club sul gioiello Rizzitelli, sia per garantire al nuovo mister quei ritocchi necessari.
Per alzare il tasso d’esperienza della squadra furono individuati nomi eccellenti come l’inglese Ray Wilkins, in uscita dal Milan appena convertitosi “all’olandese” di Sacchi e Berlusconi, in cabina di regia, e il gradito ritorno di Walter Schachner, esubero dell’Avellino, che aveva appena ingaggiato la punta greca Anastopoulos. Tuttavia le richieste d’ingaggio, troppo elevate, fecero ben presto (ricordiamo che il tutto si svolse in pochissimi giorni, dati i tempi ristretti dovuti al prolungamento degli spareggi) deviare le mire su altri obiettivi, pur sempre prestigiosi. Era il caso del panzer tedesco Rummenigge, reduce da infortunio, come prima alternativa a Schachner che, nel frattempo, era stato riconfermato dagli irpini e tornerà a Cesena solo alcuni mesi più tardi da avversario segnando su rigore, specialità (mancata) ai tempi di Cesena dove era solito fallirli (0 su 3). Tornando a Kalle Rummenigge, anche quest’idea, suggestiva e impossibile, naufragava per i problemi di condizioni fisiche e fu rimpiazzato con il centravanti Pino Lorenzo, in prestito dalla Sampdoria. Sistemato l’attacco si pose il problema dell’ala destra poiché Aselli, di proprietà della Sampdoria, era appena tornato all’ovile. Anche per questo ruolo si guardò oltre frontiera e precisamente a Parigi, dove il Matra Racing propose il prestito gratuito del fuoriclasse (ancora ventottenne) Pierre Littbarski, fantasiosa ala della nazionale tedesca, ma ancora una volta, guarda un po’, il problema dell’ingaggio (800 milioni di lire, quasi il doppio di quanto versato, come vedremo, in collaborazione col Milan a Di Bartolomei) fu insormontabile. Di conseguenza Lugaresi riuscì a convincere il presidente della Samp Mantovani a cedergli, questa volta definitivamente, un giocatore che non trovava spazio a Genova ma che a Cesena era apprezzato e benvoluto da tutti, Fabio Aselli, ancora lui, semplicemente con un “(a un dato momento n.d.r.) dateci Aselli e rinunciamo al tedesco”, preferendo pagare il contenuto indennizzo alla Sampdoria piuttosto che l’esoso ingaggio a Littbarski.
Occupati i due slot offensivi con giocatori italiani, i due stranieri andavano a quel punto individuati in ruoli più arretrati ma dal Milan arrivò il regista Di Bartolomei, e non più Wilkins, grazie all’integrazione del lauto stipendio offerta dal Milan (150 milioni in aggiunta ai 300 pagati dal Cesena). In compenso la società rossonera ottenne in cambio l’incasso dell’amichevole in programma a Cesena per la vigilia di ferragosto, che sarà di 420 milioni di lire, nuovo record. Mancava ancora il nuovo libero e questa volta si puntò con decisione al calcio balcanico, dove fu individuato il libero del Sarajevo, tale Kapetanovic. Le trattative furono sul punto di tramutarsi in acquisto, tanto che i dirigenti bianconeri stavano convocando il giocatore in sede per la firma. Fu qui che, con un colpo di bravura, Bigon volle prima chiedere ulteriori informazioni ai vari colleghi sul conto del giocatore che stavano per acquistare. Poiché si stava cercando un libero, il bravissimo allenatore della Sampdoria, Vujadin Boskov (“rigore è quando arbitro fischia”) suggerì a Bigon di non puntare su Kapetanovic, libero-terzino del Sarajevo, bensì sul libero puro della formazione bosniaca, che aveva un paio d’anni in più ma che era anche ben più strutturato fisicamente e consono al ruolo “scoperto” nel Cesena. i due terzini infatti, li aveva già, Cuttone e Cavasin, mentre il libero Pancheri era in procinto di essere ceduto in C1 alla Casertana, nonostante il buon campionato appena disputato.
Fu così che, grazie a Vujadin Boskov, a Cesena arrivò l’unico straniero della stagione 1987-88, Davor Jozic, il quale si imporrà per le sue doti tecniche e di leader della retroguardia e al quale tutta Cesena si aggrapperà per raggiungere la salvezza nei successivi tre campionati.
Ma questa è un’altra storia.
Pierpaolo Rossi

